03/02/2011

Jennifer's Body - Il corpo di Jennifer

jennifer body's.jpgDevil's Kettle, la più profonda provincia a stelle e striscie. Rinchiusa nella cella d'isolamento di un istituto psichiatrico, la giovane Needy (Amanda Seyfried), ricorda come tutto è cominciato proprio nella cittadina di provincia dove abitava.

Parte quindi un lungo flashback: Needy è l'amica di infanzia di Jennifer (Megan Fox), la bomba sexy della scuola, quella che fa girare la testa ai ragazzi esibendo le sue graziose forme ("le mie bombe", così definisce il prorompente davanzale). Si finge vergine, ovviamente solo con i fessi di passaggio, ma poi all'amica, fin troppo, del cuore, confida di aver dovuto sedersi a lungo sul ghiaccio per lenire il bruciore di un lato B concesso con eccessiva liberalità. Benché fidanzata con Chip, il classico bravo ragazzo, la poco appariscente Needy è preda di una sconfinata ammirazione per Jennifer, tanto da esserne sostanzialmente succube.

Al Melody Lane, il pub più in, Jennifer è attratta da Nikolai, cantante di una sconosciuta rock band, i Low Shoulder.
Uno strano e furibondo incendio si sviluppa mentre la band suona: è un massacro ("quanti maialini arrosto" è il cinico commento di Jennifer), ma Needy conduce in salvo Jennifer.
Per poco, però.
Sotto lo sguardo sconcertato di Needy, Jennifer accetta di entrare nel furgone, sola, dei disinvolti componenti della rock band.
Quando Needy, tornata a casa, si ritrova di fronte l'amica coperta di sangue e affamata di carne al sangue, sospetta che qualcosa di brutto sia successo.
Quando Jennifer le vomita addosso un geyser di sangue, ne ha la certezza. Il giorno dopo tutto sembra normale, compresa Jennifer, ma Needy sa che non è così. Gli omicidi cominciano: a commetterli è Jennifer, che prima seduce qualche estemporaneo fidanzato e poi, in versione licantropo o qualcosa di simile, ammazza, per cibarsi.

Trovando però anche il tempo di pomiciare con Needy (un bacio lesbico che non allenta la noia di un filmino povero anche di eros).



Ridicolo pseudohorror diretto dalla pudica regista giapponese Karym Kusama (mostra solo inquadrature di spalle e caviglie della protagonista), presentato in anteprima mondiale al Noir in Festival di Courmayeur, protagonista la vistosa Megan Fox, che parla oxfordiano ("ti mangio l'anima e poi la cago"), si spoglia spesso, anche se, come suddetto, si vede poco.
Il suo personaggio, creato dalla fervida, maliziosa fantasia di Diablo Cody, ex spogliarellista passata alla sceneggiatura e già Oscar per il film "Juno", è un tipetto davvero spregiudicato.
Non ci sono più le mangiatrici di uomini di una volta, le Marilyn o le Brigitte che i maschi se li divoravano con lo sguardo.
Ora è il tempo delle mangiatrici del nuovo corso, pronte a papparsi gli amanti in senso pieno.
Ovvero affondando i canini nel loro stocamo per saziarsi beatamente di budella e interiora varie.

La prima parte del film è condotta in modo spigliato, anche se affronta in modo sostanzialmente convenzionale tematiche comuni a molto horror giovanilistico: la scoperta della sessualità, il rapporto tra il brutto anatroccolo e la bellona e così via. E il rock a fungere da veicolo satanico è molto tipico.
Non manca qualche azzeccato tocco ironico: i Low Shoulder si fanno belli dedicando il 3% (!) dei ricavi del loro benefit single alla comunità di Devil's Kettle. E quando Needy dice che i Low Shoulder non sono eroi e non hanno aiutato nessuno a sfuggire all'incendio del locale, una sua compagna di classe, sbalordita, le risponde che è invece sicuramente vero, dato che è su Wikipedia. Ma sono dettagli: la storia è così prevedibile da sviluppare presto un certo tedio che lo stile accattivante di regia e fotografia non riesce a debellare.

Quanto a Megan Fox - diva dei Transformers - le è chiesto di bamboleggiare e sprizzare sensualità: lo fa, senza sforzo.

Insomma un po' di frattaglie, schermaglie lesbo d'ordinanza ed il voto perfetto per esprimere il mio sentimento verso l'ennesimo film sui "ggiovani": due palle.
Le uniche cose che si possono salvare sono l'avvenenza della Fox e il finale semi-riuscito.

22/01/2011

The Sixth sense - Il sesto senso

il sesto senso.jpgFiladelfia. Nella sua bella casa Malcolm Crowe (Bruce Willis), psichiatra infantile, sta festeggiando con la moglie Anna il prestigioso riconoscimento che la città di Philadelphia ha testé tributato "ad uno dei suoi figli" per l'encomiabile opera svolta ad aiutare bambini malati e relative famiglie.
Tutto molto bello: i coniugi persi a contemplare l'elegante cornice da duecento dollari, tra i fumi dell'alcool, quasi un annuncio dell'inevitabile prosieguo erotico dei festeggiamenti, in camera da letto, ovviamente.
Accade invece qualcosa che segna irrimediabilmente le vite dei coniugi, strappando al buon dottore la fiducia nella bontà delle proprie terapie.

Un anno dopo. La giovane mamma Lynn Sear (Toni Collette) è preoccupata (a dir poco): il suo bambino, Cole (Haley Joel Osment), nove anni, è chiuso in un muro di silenzio che nessuno specialista è finora riuscito a scalfire. Sulle prime il bambino fa scena muta anche davanti a Malcom.
Poi il medico, preso a cuore il caso del piccolo amico, riesce a entrarvi in confidenza e a scoprire che è disturbato da visioni: sai io vedo la gente morta, sia quando sono in casa, sia fuori.
Anzi, soltanto con loro riesco a comunicare.

Sensazionale, supercoinvolgente thriller-orrorifico, una pellicola dai toni cupi e dai risvolti inquietanti del debuttante regista indiano M. Night Shyamalan, che se lo è scritto e sceneggiato.
Proprio quando tutto sembrerebbe avviarsi verso l'inevitabile happy ending il film comincia di nuovo, stavolta sul serio, con un incredibile e inattesa sorpresa finale, obbligandovi a rileggere la storia attraverso un'ottica inaspettata, dall'inizio alla fine, correre indietro, mettere insieme i tasselli e scoprire il trucco. Un gioco di prestigio da lasciar sbalorditi.

Ha un attacco fuorviante ed ingannevole "The sixth sense", che comincia come film drammatico, prosegue in ambito thriller-orrorifico, per terminare cavalcando apertamente il registro del fantastico, con una serie di manifestazioni paranormali di quelle che lasciano il segno, particolarmente in edizione 'notturna'.
Brividi che il regista assicura allo spettatore senza il bisogno di ricorrere a esagerazioni sceniche, giocando con maestria sul filo della suggestione.
Il ritmo, prevalentemente piatto, da slancio ed efficacia ai momenti di maggior tensione.

Sorprende in particolare la prova di talento del piccolo Haley Joel Osment, un vero mostro.
Di bravura.

Il film merita sicuramente la visione.

21/01/2011

28 giorni dopo

28 giorni dopo.jpgLondra, giorni nostri. Cosa diavolo mi è successo? Il pony express Jim (Cillian Murphy) si sveglia, solo, dal coma nell'ospedale, vuoto, in cui non sapeva nemmeno di essere entrato.

Esce in strada senza incontrare esseri umani. Vivi. Una città deserta e spettrale.
Possibile che siano spariti tutti?

Si unisce a tre spaesati viandanti, la farmacista nera Selena (Naomie Harris), il barbuto Frank (Brendan Gleeson) e sua figlia Hannah (Megan Burns).
Per le vie deserte gira solo un'umanità condannata a vivere in uno stato di perenne furia omicida, pura rabbia.
La triste realtà è che sono dei sopravvissuti ad un virus e tutto è stato originato da un blitz durante il quale un gruppo di animalisti (peggio dei pacifinti, con le verità in tasca, sciolte o a pacchetti) si era introdotto in un laboratorio dove alcuni scimpanzè vengono sottoposti alla visione forzata di immagini violente (un pò come noi con i nostri tg).

Il ricercatore che studia le cavie aveva avvertito gli attivisti che gli animali erano affetti da un virus sconosciuto e pericoloso. Malgrado ciò, i membri del commando decisero di liberare gli animali, da cui vengono immediatamente attaccati.

E sono passati 28 giorni.
Per sfuggire ai contagiati al trio non resta che dirigersi in taxi verso una base militare oltre Manchester, dove i soldati del cinico maggiore West (Christopher Ecclestone) sono già pronti a svuotare l'arsenale sulla folla.
L'uomo civilizzato è la belva peggiore?
Si salvi chi può.

Pellicola sospesa tra horror e genere survivor questo film diretto dal regista inglese Danny Boyle, bravissimo, in un ottimo inizio, a mostrare una bellissima e allucinante Londra spopolata, molto meno convincente quando tenta di collegare il virus da laboratorio alle paure odierne.
Dopo il godibile preludio, per lo meno sibillino, che riesce a trasmettere allo spettatore un inquietante senso di solitudine e desolazione si passa a scoprire, di volta in volta, una pastoia di punti poco chiari, una serie di luoghi comuni e di botte di spavento dettate solo da un sonoro male assemblato. Insomma una seconda parte più routinaria.
Ma c'è comunque un bel senso del ritmo, interpreti funzionali alla narrazionee qualche azzeccata soluzione di montaggio.
E qualche brivido è assicurato, oltre che sangue a secchi.

Da dimenticare il farneticante finale con gli uomini in divisa più pericolosi dei mostri!